Il territorio di Manerba del Garda ospita una riserva naturale caratterizzata da una straordinaria biodiversità e da una posizione strategica. Un perfetto equilibrio tra l’ecosistema lacustre e quello terrestre.
La Riserva Naturale della Rocca e del Sasso è un luogo magico che ti permette di vivere il Lago di Garda sotto una prospettiva unica, immerso nella natura e nella storia.
La Rocca di Manerba è stata abitata sin dall’epoca preistorica. Le prime testimonianze di insediamenti risalgono all’Età del Bronzo, con ritrovamenti di manufatti e tracce di antichi villaggi. Successivamente, la zona fu popolata dai Romani, che lasciarono segni del loro passaggio attraverso residenze e infrastrutture. Durante il periodo medievale, la Rocca assunse un ruolo di grande importanza strategica, il castello che vi sorgeva era infatti punto di difesa fondamentale per il controllo della zona. Distrutto nel 1574 dopo essere diventato rifugio di banditi, oggi ne rimangono i resti, che continuano a dominare l’altura.
Nel parco è presente il Museo Civico Archeologico della Valtenesi, che custodisce una collezione di reperti che raccontano la storia millenaria del sito. Il museo rappresenta un punto di riferimento fondamentale per comprendere il legame tra la storia del territorio e le popolazioni che lo hanno abitato. Offre ai visitatori approfondimenti sulle scoperte archeologiche locali, esplora la storia geologica del lago e presenta una dettagliata descrizione dei differenti habitat presenti nel parco, illustrando la varietà di piante e animali che li popolano.
Si erge dritto sulle falesie del Sasso un piccolo edificio bianco, è uno dei due caselli (l’altro si trova in riva al lago a Moniga, in località San Sivino) da cui i cronometristi del reparto Alta Velocità di Desenzano misuravano la velocità degli idrovolanti da corsa.
Intorno agli anni Venti e Trenta, l’aeronautica stava muovendo i primi passi e tutti gli stati erano in gara per migliorare le prestazioni dei velivoli. Fu in quel periodo che nacque la Coppa Schneider, che rapidamente divenne la gara di velocità più prestigiosa al mondo, con l’Italia che la vinse per tre volte. Il Reparto Alta Velocità di Desenzano creò dei tracciati di 3 km, che gli aerei dovevano percorrere in direzioni alternate per almeno quattro volte, mantenendo una quota non superiore ai 150 m dal suolo. La velocità registrata sarebbe stata la media dei quattro passaggi più veloci.
Il 23 ottobre 1934, uno di essi, pilotato dal maresciallo Agello, stabilì il record di velocità per idrovolanti con motori a scoppio: 709 km/h, un record che ad oggi rimane ancora imbattuto.
“Eccolo, vola di nuovo su Manerba e poi su Moniga, passa la raffica rossa, nessuno parla tanta è l’ansia nei cuori. La velocità questa volta è di 711,462 Km/h, la più alta raggiunta da un uomo nel mondo. Bisogna attendere ancora il quarto passaggio, che segnerà questa volta 709,444 Km/h. L’ammaraggio a velocità folle è perfetto e radente. Agello sguscia rapido dalla carlinga e si porta lesto sul castello motore. Saluta con la mano. Ha vinto.”
Tratto dal libro “Francesco Agello – L’uomo più veloce del mondo” di Francesco Dionigi
Tazio Nuvolari l’aveva definito il «campione ardimentoso», il Comandante Gabriele D’Annunzio «l’uomo più veloce del mondo».
Nella riserva erano numerosi i fontanini, conosciuti anche come fontanì, ossia piccole risorgive che emergono dal terreno in prossimità di argini. Anche detti fontanili, sono acque provenienti dalla falda freatica che affiorano attraverso cavità nel suolo create dall’uomo.
Un tempo rappresentavano una risorsa idrica preziosa, poiché fornivano acqua potabile in campagna durante tutto l’anno. A causa della loro limitata portata però, l’acqua veniva utilizzata solamente dai contadini per dissetarsi, ma non per l’irrigazione dei campi. Un tempo soggetti a una costante manutenzione, oggi i fontanini sono per lo più abbandonati; rimangono pochi, quelli da cui sgorga ancora un sottile rivolo d’acqua.
La chiesa di San Giorgio, situata a ovest del promontorio della Rocca, su un’altura sovrastante Porto Dusano, è un piccolo edificio in stile romanico, costruito tra il XI e XIV secolo.
Al suo interno, caratterizzato da un’aula unica con abside semicircolare, spicca il soffitto in legno; la struttura nel suo insieme si presenta semplice ed essenziale. Nonostante le sue dimensioni contenute, questo oratorio campestre ospita affascinanti affreschi, tra cui l’Annunciazione e San Giorgio che combatte contro il drago per salvare la principessa. Se osservato con attenzione, sullo sfondo di questo affresco si scorge un castello, che potrebbe rappresentare la nostra Rocca, affacciata su un’altura rocciosa. Alla sua sinistra, si intravede un altro castello fortificato, probabilmente quello di Manerba, i cui resti sono visibili oggi nella frazione di Solarolo. Al centro dello sfondo invece, vicino ad un bel ulivo, appare un piccolo edificio, che potrebbe essere proprio la nostra chiesetta; i tre edifici insieme infatti presentano una corretta collocazione spaziale.
L’intitolazione a San Giorgio, patrono protettore dei soldati, e la figura presente negli affreschi che sembrerebbe rappresentare il probabile committente con i simboli della prigionia, suggeriscono che la chiesa sia stata costruita come ex voto, probabilmente dopo uno scampato pericolo.
Oggi la chiesetta, così importante per i manerbesi, è chiusa al culto, ma ogni anno, il 23 aprile, in occasione della festa di San Giorgio, viene celebrata una messa per ricordare una tradizione che ancora oggi continua a vivere.
Forse non tutti sanno che, ai piedi della Rocca, in un campo sul versante est, si trova un olivo che è stato definito “L’olivo più vecchio della Valtenesi”. Nonostante il passare del tempo, che ha segnato il tronco cavo con incendi e tagli profondi, la sua imponente dimensione e la varietà di età dei rami sono testimonianza della straordinaria tenacia di questa specie botanica. Si stima che quest’olivo abbia circa 400 anni, se non più.
Nel corso dei secoli, le zone pianeggianti della Rocca di Manerba hanno subito significativi interventi da parte dell’uomo.
All’inizio del XIX secolo, il vasto pianoro del Monte Sasso fu bonificato, trasformando l’area paludosa preesistente tramite la realizzazione di diversi canali di drenaggio e deflusso delle acque.
Tra questi canali artificiali, oggi è possibile vedere il “Büs de la Paül”, ossia il buco della palude, una grotta che collega l’altopiano della palude con la spiaggia della Rocca di Manerba.
“Cammina, cammina, cammina, arrivarono in un bosco folto e rigoglioso dove crescevano insieme lecci e roverelle; profumati tappeti di fiori si piegavano ai loro passi, mentre piccoli uccelli variopinti cantavano nel fitto della boscaglia. Da un lato si ergeva un monte dello strano profilo, dall’altro si adagiava un grande lago appena increspato di onde scintillanti… Non è la descrizione di un paesaggio fiabesco, ma un luogo reale dove, lasciata la fretta e il rumore della vita quotidiana, è possibile immergersi in una natura multiforme e piena di sorprese: è la Riserva Naturale della Rocca di Manerba che in uno spazio relativamente circoscritto racchiude, come in uno scrigno, una varietà di specie vegetali davvero unica: piante che appartengono a climi diversi convivono, accomunate dalla presenza rassicurante del lago. Documentarsi nel Centro Visitatori, fare una passeggiata in questo Parco, percorrerne i sentieri, lasciarsi coinvolgere dai profumi e dai colori di un ambiente sempre nuovo in ogni stagione, può diventare un’esperienza indimenticabile…”
(Prof.ssa Camilla Podavini)
La Guida Andar per sentieri, nel Parco della Rocca è in vendita in italiano, inglese e tedesco presso il Museo.
